giovedì 15 agosto 2013

Prefazione

Non avrei mai pensato che alla fine sarai arrivata a pensarlo. Era da troppo tempo che le cose non andavano più bene. I miei genitori avevano cominciato a litigare sempre più spesso, e le telefonate di mia madre erano oramai all’ordine del giorno. Qualunque cosa stessi facendo dovevo ascoltarla, consolarla e cullarla. Ora non voglio che voi mi fraintendiate. Io voglio bene a mia madre e sono felice di aiutarla. Ma credetemi se vi dico che è davvero pesante e devastante ascoltare mia madre tutti i giorni che mi vomita addosso la sua rabbia repressa nei confronti di mio padre; accurate descrizioni sulla lite, colorati aggettivi e cosa non meno importante per la buona riuscita della telefonata, annuire e non darle MAI torto. Sono certa che mia padre la stia tradendo, manca solo un cartello con le luci accese con su scritto “ si sto con un’altra”. Ma a mia madre tutto questo non interessa. Lei non potrebbe farcela da sola, quindi si limita ad ingoiare qualunque rospo le venga messo sul piatto. Dall’altra parte mio padre non vuole impegnarsi di nuovo perciò coltiva le sue storielle pur restando nella sua comoda finta sfera matrimoniale. Parliamo ora del mio lavoro. Si, ho un lavoro, una vera fortuna di questi tempi. Posso dire io a fine mese ricevo una paga. Posso dire che io non ho bisogno di fare i conti in tasca se voglio andare tutte le settimane al cinema. Posso dire che io non compro il latte in offerta. Ma non posso dire che il mio lavoro mi piaccia..anzi...tutt’altra storia. Lavoro per un avvocato, sono la sua segretaria secondo il cartellino appoggiato sulla scrivania subito all’entrata. In realtà sono la sua schiava, completamente al suo servizio, sempre, comunque, dovunque ed in fretta. Sfortunatamente non sono nemmeno sufficentemente sexy da riuscire a sedurre il mio capo in maniera da instaurare un rapporto lavorativo un pò speciale, non so se mi sono spiegata. Questo è fondamentalmente il mio lavoro, servire il mio capo senza batter ciglio e poi naturalmente trovarmi nel posto sbagliato al momento sbagliato in modo da riuscire a sentire ciò che il capo ha da dire su di me in giro. Si, esatto mi è successo anche questo. Così ho pianto. Ultimamente, piango tantissimo. Piango perché ho visto in tv un film strappalacrime, Piango perchè a lavoro non va bene, piango perchè affetto le cipolle e poi alla fine piango anche per lui. Avere 29 anni, non possedere un lavoro e non essere nemmeno sposata rappresenta un vero problema di questi tempi. Così alla fine ho deciso di trasferirmi alla ricerca disperata di un lavoro stabile. La mia brillante idea, aveva funzionato!! Avevo trovato un ottimo lavoro ben retribuito e comodo da raggiungere dal mia appartamento in affitto, peccato che l'altra faccia della medaglia, era perdere le mie amicizie più care e come se non bastasse dopo soli sei mesi perdere anche lui. Fabio aveva deciso che la cosa non avrebbe più potuto funzionare. La lontananza era troppo da sopportare. A questo punto penso che avesse solo bisogno di un pretesto...che ovviamente gli ho fornito. Come si fa a cancellare una storia durata 7 anni? No non si può cancellare, ci vuole del tempo, troppo tempo. Dentro di me ha lasciato un solco. Perciò eccomi qui durante una notte stellata con le mani appoggiate sulla ringhiera e lo sguardo perso nel vuoto. L'aria a quest'ora è appena tiepida, si sente un delizioso odore di muschio misto a salsedine. Davanti a me si estende una lunga coltre nera che si muove appena. Il suono delle onde che si infrangono mi riempiono la testa in maniera ipnotica. Questo suono è così delicato, così tenue, così piacevolmente avvolgente. Vorrei essere anche io avvolta da questo suono di calma e pace. Così un piede dopo l'altro scavalco la ricghiera e mi ritrovo dal' altra parte. Sul bordo estremo della scogliera il vento mi accarezza i vestiti facendoli ondeggiare sul mio corpo. Tenendomi sulla ringhiera, fletto le braccia e inarco il busto in avanti. Poi ho giusto un istante per accorgermi che una persona è esattamente dietro di me e mi chiama. Nel buio vengo presa dal panico e mi giro di scatto, il mio piede destro scivola. È questione di un attimo, un secondo, un battito delle ciglia e la gravità mi risucchia a se, verso il basso. Urlo. Urto contro qualcosa di ruvido e tagliente. IL dolore mi taglia il respiro. Il sangue inizia a scorrere. L'aria mi penetra i vestiti con violenza, la maglietta si gonfia verso l'alto e mi copre del tutto la visuale. É buio, è tutto così dannatamente buio.

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